Gli AVVISI della Comunità Pastorale

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ciao Don. Innanzitutto grazie...Ne sentiamo tanti in queste settimane, ne diciamo pochi. .a voce. Nel cuore diciamo di tutto!!

Avevo pensato di scriverti dopo aver letto la lettera che ci avete inviato come comunità pastorale poi ho perso l'attimo. Vediamo se recupero nel cuore quei sentimenti e quelle emozioni.

Io da qualche anno avevo lasciato la rianimazione, dedicandomi solo allo strumentario di sala operatoria: niente più malati, niente più medici, niente più parenti.

Mio marito invece è sempre rimasto in rianimazione  e si è trovato faccia faccia con il Covid-19 da subito. Ho iniziato così vivendo solo di riflesso questa battaglia contro il virus, combattuta tra la paura per mio marito e la mia famiglia e uno strano senso quasi di inferiorità essendo sì infermiera ma lontana da questo dramma. Il Signore ha iniziato a mettermi alla prova sul mio peccato e le mie debolezze. Non capivo neanche cosa avrei voluto fare: restare a lavorare nel pulito cercando di preservare il più possibile la mia salute e quindi i miei figli e la famiglia o rimettermi in gioco. Poi è arrivata dall'ospedale la convocazione per andare ad aprire una nuova rianimazione in un reparto dismesso di Niguarda. Come una fenice rinascere dalle ceneri in n un luogo assolutamente inadeguato, allestito come meglio si è potuto ma in fretta e con poco materiale, poca organizzazione....

Sapevo che non avrebbero potuto obbligarmi. E' stato un lungo week end di dubbi, di confronto con mio marito, di preghiere, anche di pianti...tutti questi arcobaleni mi irritavano..Irritare è un eufemismo..mi facevano scoppiare a piangere per la rabbia, la paura. "Ma cosa andrà bene? sta andando tutto a rotoli e la gente pensa a cantare dalle finestre!"

Pensa che la figlia del primo morto di Seveso per coronavirus abita nel mio condominio: con che coraggio potevo chiedere ai miei bambini di disegnare arcobaleni? Eppure loro volevano capire, volevano risposte. E io, la loro mamma, non ne avevo.

Allo stesso tempo la loro spensieratezza disarmante, il loro vociare allegro, il loro sentirsi in vacanza non lo sopportavo quasi. La gente muore come mosche, nessuno sa cosa fare per loro, per chi li cura. Come riuscire a non contagiarsi? cosa fare per loro, per noi? Solo domande..

Tutto solo una gran nebbia. Ammetto che in quei momenti era difficile anche pregare. Cosa chiedere al Signore? Ho provato a non chiedere nulla. Semplicemente prestare le mie mani: ormai dopo tanti anni, insicure; le mie conoscenze, ormai dopo tanti anni obnubilate...Le cose cambiano velocemente in campo medico: protocolli, apparecchiature, la manualità si perde..il senso di inadeguatezza in me cresceva. Non mi sentivo all'altezza. Dovevo forse vergognarmi? vergognarmi di avere paura e di dire "no" ? O alimentare la mia superbia e vestire anch'io i "panni del superoe"? Ho chiuso gli occhi e provato ad aprire il cuore. Tenere le mani dei miei malati in questi anni mi era mancato così tanto in fondo. E' stato il ricordo di quegli occhi che mi guardavano senza poter dire nulla (in rianimazione immagini bene sono pochi i pazienti che parlano..), le mani che mi cercavano.

Mi accorgo che a distanza di tempo non c'è più pathos in ciò che scrivo..il tumulto che davvero ci ha dilaniato all'inizio è svanito. E' confortante sapere che la gente ci pensa e ci sta vicina come può, col cuore, con un messaggio, con una preghiera, con un pensiero.Ma è anche vero che questo è il nostro lavoro ogni giorno. Davvero non siamo eroi, non siamo speciali. Sicuramente c'è stata e c'è anche tanta fatica fisica: si è detto tutto...la mascherina che stringe troppo, i camici e sovracamici che fanno sudare,la visiera che ti protegge ma ti limita la vista e impedisce i movimenti,ti manca l'aria, non puoi uscire a bere, per andare in bagno...Ma a tutto ci si abitua. Non c'è più la paura a guidare i nostri gesti. C'è una consapevolezza nuova, consolante. Non siamo soli. Non mi sento sola. Forse sono anche incoscientemente fatalista. Non affronto più l'inizio turno con la paura del contagio. Mi resta il senso di inadeguatezza, sto imparando l'umiltà: siamo tanti colleghi nuovi,in un reparto nuovo, alcuni vengono da altri ospedali. Le procedure cambiano, i medici sperimentano nuove cure assolutamente alla cieca. Capisco che il Signore muove i fili del nostro operato. Lo vedo quando guariscono pazienti in cui nessuno ormai sperava più, o quando precipitano inspiegabilmente e ogni nostro tentativo di cura diventa vano. Impariamo a chinare il capo...forse perchè non sono toccata negli affetti personali,forse...Davvero siamo servi inutili. Me lo ripeto spesso. Quando vedo i colleghi più giovani lanciarsi nelle tecnologie più sofisticate mentre mi perdo con due parole in più con chi vorrebbe telefonare a casa..allora riprogrammiamo le attività perchè bisogna reperire il tablet, trovare il numero e far partire la videochiamata su whatsapp. Che sarebbe niente...ma poi a quella telefonata devi assistere, ascoltare, asciugare pianti, rispondere a domande che tu per primo ti fai...L'altro pomeriggio parlando con una paziente finalmente sveglia che da poco aveva saputo della morte del marito per covid ho capito che non mi stava chiedendo consolazione o rassicurazioni: voleva solo che stessi lì con lei, a guardare quella foto mentre stringeva uno scialle regalatole dal marito. Non si è scandalizzata del mio silenzio,delle mie lacrime...siamo davvero servi inutili, e spesso mi dico: anche un po' incapaci.

Abbiamo dovuto cercare su internet delle frasi per l'unzione degli infermi.. niente sacerdote e quindi...chissà che strafalcioni ho detto!

Tante persone muoiono davvero senza poter salutare i propri cari, grazie a Dio non se ne accorgono perchè sono sempre sedati. Il vero dramma è per chi è a casa. A loro va spesso il mio pensiero...vorrei che sapessero che davvero nessuno è solo o abbandonato, neanche nel momento della morte. In quel momento così sacro capisco che quel peso così umanamente insopportabile per me può diventare un privilegio. Certo mi sento appesantita, invecchiata. A tutti dico che per ora si va, poi verrà un tempo per raccogliere i cocci...del mio cuore, della mia anima, della mia fede, della mia vita..

Oggi sono serena: il mio paziente del cuore (tutti ne abbiamo...) si chiama Pierluigi ed è di Seregno, oggi mi ha detto che lo ho fatto sentire importante come un principe e che non importa se non aveva nessuno a cui telefonare perché oggi aveva già parlato con me...c'è una bella punta d'orgoglio in ciò che scrivo, lo so, ma è come se il Signore mi avesse detto: ok...continua così.

ciao Don. Ho sproloquiato a sufficienza. Grazie per il tuo pensiero e per la tua preghiera.

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