Il MATERIALE della Comunità Pastorale

CARITÀ’ E CAMMINO DI FEDE

Domenico Veneziano,  matrimonio mistico di San Francesco con Madonna Povertà

 

Brano biblico

 Lettera di Giacomo cap. 2

14 Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? 15 Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16 e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? 17 Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa. 18 Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. 19 Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! 20 Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza calore? 21 Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare? 22 Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta 23 e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio. 24 Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. 25 Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via? 26 Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

 Riflessione

 Da “educare alla Carità” di Giovanni Nervo

Una comunità cristiana che cresce sotto il sole della parola di Dio, alimentata dall’eucaristia e dai sacramenti, vivificata dallo Spirito accumula e sprigiona una forte energia di amore, che non solo coinvolge e trasforma la vita dei singoli cristiani e delle famiglie cristiane, ma incide nella società tutta, nella sua cultura, nelle sue istituzioni: diventa sale della terra, luce del mondo.

E anzitutto la promozione umana.

Una delle eresie pratiche, e forse non soltanto pratiche, che si erano introdotte nella vita di molti cristiani e di molte comunità cristiane è la separazione fra i tre momenti e le tre dimensioni essenziali della vita della chiesa: l’evangelizzazione, la liturgia e l’esercizio della carità per la promozione umana. 

La conseguenza era che molte comunità cristiane concentravano tutto il loro impegno, l’attenzione, il tempo e il denaro nella celebrazione esteriore delle liturgie, delle feste, nella costruzione e nell’addobbo delle chiese, senza dare un’adeguata e proporzionata parte all’evangelizzazione, alla conoscenza profonda della parola di Dio e all’adesione pratica ai suoi insegnamenti e senza tradurre la prima e la seconda parte nell’esercizio della carità, come già S. Giovanni Crisostomo rimproverava alla sua chiesa. Ne derivava una religiosità senza radici e senza frutti, destinata a essere spazzata via dallo spregiudicato senso critico, accompagnato a un bisogno vitale di cose vere e incarnate, delle nuove generazioni.

Per la verità non sempre o non dappertutto era così: lo Spirito che anima e guida la sua chiesa molte volte seminava e raccoglieva nel senso genuino della fede di cristiani semplici molto di più di quello che veniva seminato e coltivato.

Però molte comunità cristiane erano prevalentemente comunità cultuali.

Paolo VI nell’esortazione apostolica evangelii nuntiandi riprende questa voce:”La chiesa ha il dovere di annunciare la liberazione di milioni di esseri umani… di aiutare questa liberazione a nascere, di testimoniare per essa, di far sì che sia totale. Tutto ciò non è estraneo all’evangelizzazione”… Paolo VI nel documento citato approfondisce i legami che ci sono “tra evangelizzazione e promozione umana, sviluppo, liberazione”: l’uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma vive in una concreta situazione umana ed è spesso vittima di ingiustizie o causa di ingiustizie; la redenzione si opera dentro la vita concreta degli uomini, “le situazioni molto concrete dell’ingiustizia da combattere e della giustizia da restaurare”; del resto come si può “proclamare il comandamento nuovo della carità senza promuovere nella giustizia e nella pace, l’autentica crescita dell’uomo”?

Forse molte omelie delle messe domenicali non hanno presa perché, pur essendo teologicamente ricche ed esatte, sono troppo distanti dalla vita, dai problemi, dalle sofferenze degli uomini di oggi e i poveri non si sentono annunciare un Vangelo di liberazione.

Come si potrebbe parlare del Signore e del Vangelo ad una persona che soffre – a un anziano abbandonato, a una ragazza madre in difficoltà, a un disoccupato, a una famiglia sfrattata – se insieme non si entra dentro alla loro vita e ai loro problemi e non si aiutano, per quanto è possibile, risolverli?

Anzi ad alcuni di essi che non hanno ancora il dono della fede si può parlare di Dio soltanto con i fatti: quando si sentiranno amati con il cuore di Dio si metteranno sulla strada di Dio e forse lo riconosceranno nell’ora che il Signore ha riservato per loro.

L’insegnamento del magistero e l’esperienza di fede della chiesa, sotto la spinta del concilio hanno via via collegato sempre più strettamente le tre dimensioni essenziali della vita della chiesa: l’annuncio della Parola, la celebrazione dell’eucaristia, la testimonianza di carità.

Questa impostazione teologica ha riflessi molto pratici. Ne indichiamo tre:

  • non si dovrebbe celebrare mai l’eucaristia senza tener conto dei fratelli che soffrono nella comunità e nel mondo;
  • un gruppo biblico di preghiera che non si apre correttamente e continuamente ai bisogni dei fratelli non cammina nello spirito del Signore e non contribuisce a costruire la chiesa;
  • un gruppo di promozione umana che non attinge alimento costante dalla parola di Dio e dell’eucaristia non è un gruppo ecclesiale, anche se è composto da cristiani, e rischia di privare gli altri della luce della fede. 

 

Testimonianza

Dostoevskij – I fratelli Karamazov

Nel racconto del grande romanziere russo si incontra una donna, alla ricerca della Fede, interroga su questo tema un santo monaco. Ecco il dialogo tra loro:  

Questa – disse lo starec – questa è l’antica “Rachele che piange i suoi figli e non può consolarsi perché essi non sono più”;tale è la sorte assegnata sulla terra a voi madri. E tu non consolarti, non occorre che tu ti consoli, piangi pure; ma ogni volta che piangi, ricordati che il tuo bambino è uno degli angeli di Dio, che di là ti guarda e ti vede, gioisce delle tue lacrime e le indica al Signore Iddio. E ancora a lungo durerà questo tuo sublime pianto di madre, ma alla fine si trasformerà in una quieta gioia, e le tue amare lacrime non saranno più che lacrime di dolce tenerezza e di purificazione del cuore che laveranno la tua anima dal peccato.

Come, come riconquistare la fede? Del resto, io ho creduto soltanto quando ero bambinetta, meccanicamente, senza pensare a nulla… Ma come, come averne una dimostrazione? Per chiedervi questo sono venuta a inginocchiarmi davanti a voi…Se io perdo anche quest’occasione, nessuno più mi risponderà per tutta la vita! Come dimostrarlo, come convincersi?Oh, me infelice! Mi guardo attorno e vedo che per tutti, o quasi per tutti, la cosa è indifferente; nessuno oggi se ne dà pensiero e io, da sola, non riesco a sopportare questa angoscia. E’ una cosa che uccide, una cosa che uccide!  Senza dubbio una cosa che uccide. Quanto a dimostrare, non si può dimostrare nulla; convincersi sì è possibile.Come? In che modo?

Con l’esperienza dell’amore attivo. Cercate di amare i vostri simili attivamente e senza posa. A mano a mano che progredirete nell’amore, vi persuaderete anche dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima. E se, nell’amore per il prossimo arriverete all’abnegazione, allora crederete senza più alcun dubbio, e nessun dubbio penetrerà mai più la vostra anima. E’ cosa sperimentata, sicura.

L’amore attivo? Ecco un altro problema, e che problema! Vedete: io amo tanto l’umanità che, vi assicuro, a volte sogno di abbandonare tutto, tutto ciò che ho, di lasciare Lise  e di farmi suora di carità. Chiudo gli occhi, penso e sogno, e in quei momenti sento in me una forza invincibile. Nessuna ferita, nessuna piaga purulenta potrebbe spaventarmi. Io le laverei e le benderei con le mie mani, farei da infermiera a quei sofferenti, pronta anche a baciarle, quelle piaghe…

E già molto ed è già una gran bella cosa che il vostro spirito sogni questo e non altro. Ma si, si… senza farlo di proposito, voi compirete certamente qualche buona azione.

Già ma potrei durare a lungo in una simile esistenza? – continuò la dama con calore e quasi con esaltazione. – Ecco il problema più importante, il più tormentoso dei miei problemi. io chiudo gli occhi e mi chiedo: potrai camminare a lungo su questa strada? E se il malato a cui lavi le piaghe non ti ripagasse subito con la sua gratitudine ma, al contrario, ti tormentasse con i suoi capricci, senza notare e senza nemmeno notare la tua opera umanitaria? Se si mettesse a inveire contro di te, a comportarsi in modo grossolano e magari addirittura si lagnasse con qualche superiore, come spesso accade a coloro che soffrono molto, che faresti allora? Persisterebbe il tuo amore o no? E, figuratevi, io ho già risposto con un tremito al quesito: se c’è una cosa che può raggelare il mio amore “attivo” per l’umanità, questa è unicamente la ingratitudine. In una parola, io lavoro per mercede ed esigo delle lodi e dell’amore in cambio del mio amore. Diversamente non sono capace di amare nessuno!

Era in preda a un vero accesso di autoflagellazione e, quando ebbe finito guardò lo Starec con provocante risolutezza.

Queste sono le precise parole che molto tempo fa mi diceva un medico – osservò lo starec. – Era una uomo già maturo e di indiscutibile intelligenza. Parlava con la vostra stessa sincerità, scherzando, sì, ma con amarezza. Io, diceva, amo l’umanità, però sono stupito di me stesso: quanto più amo l’umanità in generale, tanto meno amo gli uomini in particolare, cioè presi separatamente come singoli individui. Spesso nei miei sogni, diceva, sono giunto a concepire progetti appassionati a servizio dell’umanità, e per gli uomini sarei forse davvero salito sulla croce, se ciò fosse stato in qualche modo necessario; ma con tutto questo non sono capace di vivere con qualcuno nella stessa camera per due giorni. Lo so per esperienza. Appena qualcuno mi è vicino,  ecco che la sua personalità opprime il mio amor proprio e soffoca la mia libertà. In sole ventiquattro ore posso odiare i migliori uomini di questo mondo: uno perché si trattiene troppo a lungo a tavola, l’altro perché è raffreddato e non fa che soffiarsi il naso. Io, diceva, divento nemico degli uomini non appena mi trovo a contatto con loro. In compenso, però, mi è sempre accaduto che, quanto più odiavo gli uomini in particolare, tanto più si faceva ardente il mio amore per l’umanità .

Ma che fare dunque? Che fare in simile caso?Ci si deve abbandonare alla disperazione?

No, perché è già sufficiente che ne proviate dolore. Fate ciò che potete, e ve ne sarà tenuto conto. E voi avete già fatto molto, visto che siete riuscita a leggere dentro di voi così sinceramente e profondamente.

 

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